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Indiana Jones e il petrolio maledetto.

Martedì 25 Marzo 2008, 12:24 in Scenari di

Mentre i divi di ollivùd scorrazzano per le giungle incontaminate alla ricerca di tesori perduti nel tempo, una tribu di indios peruviani sta rischiando l'estinzione. Lungi dall'essere incontaminate infatti, le giungle non riescono più neppure a nascondere i loro originari abitanti.

I Cacataibo, indios amazzonici venuti in contatto solo di recente con la "civiltà", non sanno più dove andare, circondati come sono dagli esploratori petroliferi

I nostri fratelli sono in gruppi di 20 famiglie con 20 membri ciascuna. Il loro ambiente di vita è in grave pericolo, vista le presenza di petrolio e gas nella regione.

Così afferma un rappresentante della tribu. Lo stato peruviano, con la compagnia petrolifera canadese Petrolifera Petroleum, dal luglio 2007 sono entrati nel territorio dei Cacataibo aprendo strade nella foresta. La compagnia afferma di non sapere se ci sono indios.

Chissà se Indiana Jones correrà a salvarli.

 

14
14 commenti
14
21 Mag 2008
alle 22:42

pallinof

" ...Io credo che l'acqua sarà un giorno usata come
combustibile poichè l'idrogeno e l'ossigeno che la
costitiuiscono, usati separatamente o insieme,
forniranno un inesauribile sorgente di calore e
luce......."
Jules Verne: L'Isola Misteriosa
Io credo invece che l’uomo sia già stato a conoscenza di tecnologie per separare i due gas e la piramide di Cheope non sia altro che un esempio.
Per saperne di piu’: http://geoponica.myblog.it/


13
26 Mar 2008
alle 21:04

Aldo

Non dico di no, Bernardo. Rimane il fatto che si preferisce chiudere gli occhi sullo sfacelo avvenuto in Italia e su quello che sta tutt'ora avvenendo, probabilmente perché è più facile far le pulci a casa d'altri che pensare a risolvere le questioni di casa propria. Tra l'altro, per mischiare ancor meglio le carte, ci piace denominare la devastazione territoriale nostrana (e le cause profonde che ne stanno alla base) con un'etichetta tanto accattivante quanto fuorviante: sviluppo. Personalmente, non ci casco. Non ho più quindici anni.

12
26 Mar 2008
alle 16:25

Bernardo Mattiucci

Ci sono importanti differenze tra il territorio italiano e quello amazzonico. Una in particolare... la piu' importante e forse anche l'unica da considerare, e' che in amazzonia gli autori di queste orribili atrocita' non sono gli indios, ma personaggi senza scrupoli venuti da tutt'altra parte del mondo!

E' come se, per puro interesse personale, io mi presenterei a casa tua a rovistare nel tuo guardaroba e nella tua dispensa!

Che poi ci sia qualcuno della tua famiglia che mi ha autorizzato perche' convinto di beccarsi una percentuale... e' tutt'altro discorso!

 

11
26 Mar 2008
alle 14:55

Aldo

Anche in Italia abbiamo avuto un bell' "effetto Amazzonia", solo che è accaduto tanto tempo fa e tendiamo a dar per scontato che qui da noi non ci siano foreste significative (non commettete l'errore di confondere le attuali boscaglie, pur estese, con le vere foreste d'un tempo). Preoccuparsi dell'Amazzonia sud americana è meritorio ma, nel contempo, occorrerebbe preoccuparsi ben più attivamente dello sfacelo territoriale ATTUALMENTE in corso qui da noi, pur nella completa assenza di vere foreste. Certo è che, a farlo, ci si dovrebbe scontrare con parecchi luoghi comuni e si finirebbe per pestare un bel po' di calli...

10
26 Mar 2008
alle 09:46

mamo

Non capisco perche´si dovrebbero ritirare.Ai paesi produttori dell´area del Caspio(tra cui iran)oltre alla carta della produzione da giocarsi ,gli si darebbe anche la carta della distribuzione verso est.

9
26 Mar 2008
alle 08:57

redarrow

Afghanistan: riusciremo a ritirarci? Maurizio Blondet    26 marzo 2008   Salva in PDF   Stampa   Manda per E-mail   Testo       Commenti Una sessantina di autobotti che portano i carburanti alle truppe NATO in Afghanistan sono state incendiate domenica alla frontiera col Pakistan (1). I grandi automezzi con rimorchio erano in sosta in un’area di parcheggio nella cittadina tribale di Landi Kotal, dove aspettavano di poter superare il confine di Torkham. Un’esplosione e 60 mezzi hanno preso fuoco, 35 sono stati completamente inceneriti, riferisce la Deutsche Presse. Due morti, una cinquantina di feriti.

Il parcheggio era sotto la sorveglianza di personale militare che apparentemente s’è volatilizzato prima dello scoppio. Si tratta certamente di un attentato dei Talebani che, dice la Deutsche Presse, ogni mese distruggono in media tre autobotti.

La zona è infatti quella della North-Western Frontier Province, nominalmente pakistana, ma del tutto incontrollata e santuario dei Talebani e di «Al Qaeda», ossia di combattenti islamisti di varie nazionalità. Il 70% dei rifornimenti NATO devono passare da lì, dal famigerato Khyber Pass a Peshawar, capitale della zona incontrollata, e da lì fino a Kabul. L’incubo logistico, per tutti i conquistatori dell'Afghanistan.

Centinaia di chilometri su strade difficili, che attraversano fiumi a volte in piena, nell’area «tribale», esposti agli attacchi di guerriglia: linee di rifornimento così lunghe e difficili sono il bersaglio più ovvio, il filo più facile da spezzare. Quando sarà il momento del ritiro, riuscirà la NATO a riportare a casa i nostri soldati? Quel momento è inevitabile.

Il generale Dan McNeill, che è il comandante delle truppe USA in Afghanistan, ha recentemente dichiarato che, se si dovesse seguire la dottrina che le scuole di guerra insegnano a proposito di contro-guerriglia, la NATO e Washington dovrebbero mandare in Afghanistan 400 mila soldati per sconfiggere la resistenza Pashtun, troppo genericamente designata come «i Talebani». McNeill ne ha sotto il suo comando 40 mila. Se si calcolano anche i soldati europei, canadesi e australiani della NATO, in tutto si arriva a 66 mila; ma almeno la metà sono truppe in missione di non combattimento.

Non a caso il capo del Pentagono Gates chiede brutalmente agli europei più truppe; Sarkozy ha promesso un migliaio di uomini. Ma i sovietici mandarono in Afghanistan 160 mila uomini, affiancati da 200 mila soldati del governo comunista afghano, e ne uscirono vinti. La parte combattente di questa truppa, inglesi in testa, è usurata in uomini e materiali. Forse arriveranno, su richiesta di Bush, dei romeni.

I canadesi hanno minacciato di ritirare i loro uomini, se gli europei non mandano più truppe: la spaccatura della NATO, quest’alleanza difensiva spedita a combattere una guerra senza scopo né fine strategico chiaro così lontano dall’Europa (lo stesso Kouchner ha detto agli americani che «una strategia è necessaria»), può avvenire proprio là, di fronte al nemico. Quando bisognerà andarsene, ci penseranno gli americani ad organizzare l’evacuazione di tutti? Con un grandioso eroico ponte aereo dall’aeroporto di Bhagram? Ne avrà i mezzi?

Forse i nostri politicanti dovrebbero informarsi sulla reale condizione degli Stati uniti. Oltre un milione e centomila abitanti dell’Ohio – il 10% della popolazione - ricevono «food stamps», i buoni per ottenere cibarie gratis dai supermercati: una misera carità dello Stato locale, che vale 100 dollari al mese (2). Nel 2001, i percettori di «food stamps» erano 628 mila; sono raddoppiati.

La potenza bellico-tecnologica USA? Il maggiore Stephen Stillwell, pilota di F-15, ha denunciato in giudizio la Boeing perché mentre volava compiendo una evoluzione normale, un giro a U con sollecitazioni di 7 G, gli si è staccato un longherone della fusoliera. Stilwell s’è salvato eiettandosi con il paracadute. Dopo l’incidente accaduto il 2 novembre, l’indagine dell’Air Force ha appurato che i longheroni della Boeing erano più sottili di quanto indicassero le specifiche contrattuali e mal rifiniti; altri incidenti del genere sono avvenuti nel frattempo, sicchè 149 di questi caccia avanzatissimi sono ora bloccati a terra (3).

Lo stesso Paul Craig Roberts, già vicesegretario al Tesoro di Reagan, ha scritto: «A volte mi chiedo se questa ‘superpotenza’ in stato di bancarotta riuscirà a raggranellare le risorse per portare a casa le truppe di stanza in centinaia di basi oltremare, o saranno semplicemente abbandonate» (4). E’ l’intera strategia di grandezza, concepita un trentennio fa dai teorici neoconservatori, che sta facendo fallimento.

Nel 1975, nel pieno della crisi petrolifera, su Harper’s apparve un articolo dal titolo «Seizing Arab Oil», ossia «Impadronirsi del petrolio arabo». Lo firmava uno pseudonimo, «Miles Ignotus», che il giornale indicava come «un professore di Washington e consulente della difesa con ottimi collegamenti con la decisione politica del più alto livello in USA».

Sarà stato Robert Kagan, o Wolfowitz, oppure Kissinger o Luttwak; «Miles Ignotus» spiegava che «possiamo risolvere tutti i nostri problemi prendendoci i giacimenti petroliferi arabi e facendoli dai nostri tecnici del Texas e dell’Oklahoma». Fondazioni «culturali» come «The New American Century» e «American Entreprise» nacquero, come i loro nomi già suggerivano, per imporre alla Casa Bianca e all’America questa strategia studiata a tavolino.

Il primo di questi centri di influenza, come noto, auspicò una «Nuova Pearl Harbour» come pretesto per avviare l’impresa. La nuova Pearl Harbour ci fu l’11 settembre 2001. Oggi, gli USA occupano l’Iraq da cinque anni. Da sole, le riserve petrolifere irachene sono uguali a quelle di Russia, USA, Cina e Messico combinate. L’estrazione è tra le più economiche che si possano immaginare, al costo di 1,5 dollari a barile. Eppure i soldati americani d’occupazione, ciascuno dei quali consuma 95 litri al giorno di carburante, ricevono i rifornimenti dalla Turchia, con autobotti in fila attraverso la lunghissima e fragile linea logistica stradale.

L’America non riesce a sfruttare il suo bottino iracheno; cinque anni dopo, non è ancora in grado di controllare la guerriglia, né il territorio; deve lasciare che si combattano fra loro le bande etnico-religiose contrapposte, ultimamente ha dovuto armare i sunniti contro «Al Qaeda», mentre il governo di Baghdad (scita) compra 240 milioni di dollari di armamento dalla… Serbia.

Ed ora, giunge la notizia che Bush ha mandato un sommergibile nucleare nel Golfo (5); il sottomarino è transitato nel canale di Suez, dove pochi giorni prima è passata una nave USA di salvataggio. Il tutto mentre Dick Cheney sta compiendo una serie di visite nell’area, allo scopo - così dicono tutte le fonti - di spingere i Paesi del Golfo ad approvare un attacco americano alle basi nucleari iraniane.

Sarà bene che gli europei si distanzino da una potenza che insegue un suo incubo irrealizzabile per mancanza di mezzi, fiduciosa di un potere militare che sul campo si è comprovato fallimentare. Non sarà un sommergibile atomico a risolvere il problema in cui gli USA si sono cacciati; anzi, una guerra con armi nucleari rischia di liquidare  per sempre il sogno di «seizing arab oil»  sotto la contaminazione radioattiva.

I politici europei pensino alle linee di rifornimento così lunghe e fragili; saranno quelle le linee di ritirata, quando la realtà s’imporrà sul sogno neocon, dei guerrieri da tavolino. Ritirata sull’Hindu Kush: Kabul, Peshawar, Khyber Pass, a venti all’ora, sotto i continui attentati della guerriglia pashtun.



1) «Dozens of NATO oil tankers destroyed on Pakistani-Afghan border», Deutsche Presse Agentur, 23 marzo 2008.
2) «Food stamp use hits all-time high in Ohio», Associated Press, 24 marzo 2008.
3) Bruce Rolfsen, «Pilot sues Boeing over F-15 falling apart», Air Force Times, 24 marzo 2008.
4) Paul Craig Roberts, «The collapse of the american power», Online jounral, 20 marzo 2008.
(The US has squandered $500 billion dollars on a war that serves no American purpose. Moreover, the $500 billion is only the out-of-pocket costs. It does not include the replacement cost of the destroyed equipment, the future costs of care for veterans, the cost of the interests on the loans that have financed the war, or the lost US GDP from diverting scarce resources to war. Experts who are not part of the government’s spin machine estimate the cost of the Iraq war to be as much as $3 trillion. The Republican candidate for President said he would be content to continue the war for 100 years. With what resources? When America’s creditors consider our behavior they see total fiscal irresponsibility. They see a deluded country that acts as if it is a privilege for foreigners to lend to it, and a deluded country that believes that foreigners will continue to accumulate US debt until the end of time).
5) «US deploys nuclear sub to Persian Gulf», The News (Teheran), 24 marzo 2008.

8
25 Mar 2008
alle 23:01

Tapro

@Galdo

Grazie. Non mi sembra se ne sia parlato qui su Petrolio (o mi sono perso qualche topic?). 

7
25 Mar 2008
alle 20:09

Galdo607

@5 Tapro
Il professor Echos ne ha già parlato ampliamente (in ben 7 post) sul mega-progetto di energie alternative made in USA

 

Riporto il link al post iniziale:

http://ilprofessorechos.blogosfere.it/2008/03/stati-uniti-il-grande-progetto-solare.html

6
25 Mar 2008
alle 19:08

Deepspace1

Certo che è proprio una presa per i fondelli : popolazioni tranquille che non chiedono nulla, sono invece i primi che si vedono la propria vita cambiare..indiana Jones sta mangiando con Bush, al momennto è occupato...

Se Debora lo permette, posso suggerirvi un bel video sul Biogas della BBC?  Trovate il link sul mio blog:

http://ideenergia.blogspot.com/
5
25 Mar 2008
alle 17:40

Tapro

Volevo segnalare un articolo sull'ultimo numero di "Le Scienze" di Marzo. Ha poco a che fare con il topic, ma fa riflettere su quello che si continua a ripetere sia sulla stampa ufficiale che qui nel blog, cioè sul fatto che le energie alternative non potranno sostituire, almeno nel breve-medio periodo, i combustibili fossili, se non in una percentuale minoritaria.

Come molti di voi sapranno, "Le Scienze", edizione italiana dello Scientific American, ha sempre mantenuto un profilo prudente ed è fautore della linea pro-nucleare, anche se negli ultimi anni si è lasciato andare (molto) sulla questione climatica ed energetica.

Trascrivo la sintesi dell'articolo "Il Grande Piano Solare - Un gigantesco progetto per sfruttare l'energia solare potrebbe dare agli Stati Uniti l'indipendenza dal petrolio estero e tagliare le emissioni di gas serra":

- Una massiccia riconversione degli impianti a carbone, petrolio, gas naturale e nucleare a energia solare potrebbe fornire il 69% dell'elettricità e il 35% dell'energia degli Stati Uniti entro il 2050

- Il progetto richiederebbe la realizzazione di una grande distesa di celle fotovoltaiche nel sud-ovest del paese. L'energia in più prodotta di giorno potrebbe essere immagazzinata in aria compressa in caverne sotterranee, disponibile per la notte.

- Sarà inoltre necessario costruire centrali solari a concentrazione, e una nuova infrastruttura a corrente continua per distribuire l'elettricità solare in tutto il paese.

- Ma il finanziamento del progetto richiede sovvenzioni per 420 miliardi di dollari tra il 2011 e il 2050, e una leadership politica in grado di raccogliere le sovvenzioni, possibilmente con una carbon tax.

Si parla solo di energia solare, se consideriamo anche eolica, geotermica, biomasse e idroelettrica si può arrivare a percentuali vicine al 100%.

 

 

4
25 Mar 2008
alle 15:40

mamo

a proposito di sansone e filistei......

IRAQ: MILIZIA MEHDI MINACCIA DI BRUCIARE POZZI PETROLIO

Le milizie sciite del Mehdi minacciano di incendiare i pozzi petroliferi intorno a Bassora. Lo scollamento tra Moqtada al Sadr e la forza da lui creata si fa sempre piu' evidente e prova ne e' la diversa reazione offerta all'offensiva ordinata dal governo di Nuri al Maliki a Bassora. Il leader religioso ha lanciato un appello alla "rivolta civile" nel caso in cui le truppe Usa e le forze di sicurezza irachene non cesseranno gli attacchi contro i suoi seguaci. "Chiediamo agli iracheni di mettere in scena sit-in in tutto il Paese" si legge in una nota di Sadr, "questo sara' il primo passo e dopo cio', se le nostre richieste non avranno risposta dal governo iracheno, dichiareremo la rivolta civile a Baghdad e in tutte le altre province". Decisamente piu' minaccioso il monito dello sceicco Ariz Hazari, comandante dell'esercito Mehdi. "Anche se i pozzi petroliferi appartengono al popolo iracheno e incendiarli sarebbe una scelta difficile" ha detto, "stiamo valutando questa possibilita' se il governo non cessera' questa campagna che non ha alcuna giustificazione".

Fonte:Repubblica,notasi che il corriere dice che si minaccia invece uno "sciopero generale":)))))

3
25 Mar 2008
alle 14:49

Paolo B.

L'Amazzonia riempie le cronache "ambientali" ormai da decenni e sempre per risvolti negativi.

Le foto notturne dei satelliti  spesso la ritraggono piena di luci, quelle degli innumerevoli incendi che ogni anno si portano via un suo pezzo grande quanto l'Austria(o il Belgio?) per ricavarne terre da pascolo o per coltivarci cereali per i biocarburanti; a questa distruzione contribuisce anche la massiccia deforestazione operata dalle multinazionali del legname e per ultime quelle petrolifere, la minaccia finale.

In tutta questa rincorsa alla cancellazione di uno dei più grandi polmoni verdi del pianeta con tutta la sua fauna(incluse le tribù di homo sapiens cacciatori/raccoglitori), i vari governi brasiliani e peruviani succedutisi negli anni non hanno mai fatto qualcosa di veramente rilevante per salvaguardarlo, troppo interessati alle generose elargizioni delle multinazionali.

Quanto costerà, in termini di estensione della foresta amazzonica, l'ultimo accordo stipulato da Lula e Bush per riempire i serbatoi delle auto degli automobilisti USA di bioetanolo?

Deploro chi in questo blog dichiara con ingenua allegria che non vede l'ora che finisca l'era del petrolio, ma a volte, come in questo caso, mi viene istintivo augurarmi che " Muoia Sansone"(il re petrolio) con tutti i Filistei(il paradigma economico/petrolifero)...

2
25 Mar 2008
alle 14:10

Bernardo Mattiucci

La questione del Sud America e dell'Amazzonia in particolare, e' seria e molto grave.
Ricca di minerali e di risorse di ogni tipo, e' un ambiente estremamente delicato che gli studiosi, accecati dal Dio Denaro, non vogliono tenere in considerazione!

L'ambiente e' molto umido... ricoperto di foresta con alberi alti anche 50 metri. Il terreno e' ricoperto da uno spesso strato di humus, prodotto continuamente dalla foresta.

Quando piove, e li' le piogge sono molto violente, la chioma "rallenta" l'acqua e il terreno ricoperto di foglie, rami e quant'altro, non permette alla pioggia di scavare solchi profondi. L'impatto dell'acqua sul terreno viene attutito e l'acqua stessa "filtrata" e assorbita.

Quando la foresta viene tagliata e il terreno messo a nudo, per qualche anno questo "sembra" essere estremamente produttivo. Ma la produttivita' dello stesso dura, appunto, soltanto pochi anni. Poi diventa sterile e le differenze con un qualsiasi deserto sono minime!

Il problema piu' grosso pero' sono le piogge. Quando l'acqua arriva sul terreno "nudo", scava profondi solchi... e diventa violenta a tal punto da ingrossare rapidamente i fiumi e allagare tutto cio' che c'e' a valle!

E quando la foresta amazzonica viene allagata troppo spesso, la fine e' pressoche' certa!

A livello "storico" e "sociale", pero', il danno principale ricade sulle numerose tribu' e comunita' locali che traggono sostentamento proprio dalla foresta.

Gli indios si spostano continuamente, cibandosi di cio' che gli viene fornito da una porzione di foresta a loro "sufficiente". Quando la foresta viene "tagliata" in due da una strada... una fascia molto ampia di quella foresta diventa "improduttiva"... perche' gli animali scappano e le tribu' devono percorrere sempre piu' chilometri per trovare le loro prede.

Inoltre il rumore prodotto per costruire le strade e i pozzi e tutto il resto, "spopola" ulteriormente la foresta.

E gli indios perdono ulteriori fonti di cibo!


Nei racconti dei miei colleghi esploratori, si apprende che il rumore di uno escavatore operante sul confine a nord di manaus, si avvertiva a 10/15 km di distanza. E gli animali ne erano terrorizzati! La notte, poi, si vedevano chiaramente le luci del campo nel quale "i bianchi" passavano la notte. E nei fine settimana si udiva chiaramente anche la musica ad alto volume!

Come a dire... non c'e' pace neanche piu' in Amazzonia! 

1
25 Mar 2008
alle 13:33

Ste

ma non era "òllivud"..?

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