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"Ma che diamine lo cerchiamo a fare?"

Giovedì 30 Settembre 2010, 11:26 in Peak Oil di

Arctic-offshore-structure.jpg

Più o meno è questo il titolo dell'articolo di George Monbiot sul Guardian. Un po' sulla falsariga del commento di Guy McPherson, di cui parlavamo qualche giorno fa, dove il professore sosteneva che il picco fermerà giusto in tempo un modello di sviluppo capace di distruggere il pianeta.

Monbiot si domanda perché diamine andiamo ancora cercando petrolio così disperatamente se siamo tutti consapevoli, anche a livello governativo, che sia per i problemi climatici che per quelli ambientali non potremmo permetterci neppure di usare il petrolio che già abbiamo trovato finora. Invece, eccoci a trivellare in luoghi inaccessibili e con spese pazzesche, e paradossalmente alla ricerca di un greggio che avrà poi i maggiori costi ambientali.

Si dovrebbe lasciare allora per sempre sottoterra il 40% delle riserve, scegliendo proprio quelle più problematiche, l'Artico, le sabbie canadesi, l'offshore, e portare ad esaurimento i giacimenti dove il petrolio è estraibile con più facilità.

Prevenire il cambiamento climatico significa uscire dai combustibili fossili. Significa rinunciare ai due quinti delle riserve esistenti. Significa anche una moratoria globale sulle prospezioni, non sono negli oceani, ma dovunque. Se non possiamo usarlo, allora smettiamo di cercarlo.

Monbiot parla di cambiamento climatico, ma io aggiungerei la distruzione dell'ambiente, che mi sembra persino più importante. E ovviamente l'esaurimento della risorsa: sarebbe molto meglio investire per una transizione gestibile che per ostinarsi a trivellare sotto chilometri di ghiacci, roccia o sabbie.

 


18
18 commenti
18
04 Ott 2010
alle 08:11

pilotaDD

ieri ho letto un articolo su gruppi di Amish che stanno emigrando negli stati USA del west perchè ormai sono troppi e in Pennsilvania per comprare nuova terra occorrono troppi soldi.

Sembra che ormai siano centinaia di migliaia e continuano a fare almeno 5 figli a famiglia. E dicono di vivere senza usare un goccio di petrolio.

Ecco, loro saranno nel 20% di sopravvissuti di cui sopra (sperando sempre che siano molti di più), anche loro sicuramente dipendono un po' dal petrolio senza saperlo, magari usano le medicine o gli ospedali del XXI secolo o comprano utensili made in china, ma mediamente dovrebbero resistere meglio di altri al dopo picco. E poi il fatto di vivere lontano dalle metropoli li mette al sicuro da eventuali guerrucce atomiche post picco. Guerrucce ho detto perchè di III guerre mondiali speriamo non se ne parli più.

Mi faccio Amish????  

17
02 Ott 2010
alle 19:42

Bernardo Mattiucci

Personalmente opterei per 2 strade parallele:

1) investire PESANTEMENTE sulla preparazione di campi coltivati e coltivabili a costo zero.

Sarebbe opportuno smantellare gli inutili capannoni industriali... e predisporre linee ferroviarie (non elettriche) tra i campi coltivati. Magari qualcosa stile Kytegen puo' essere usato per alimentare un piccolo locomotore per portare il raccolto dai campi al deposito.

 

2) fare ricerca e sviluppo su tecnologie eoliche e idrauliche (cioe' mosse dall'acqua) che possano sostituire quelle attualmente alimentate a gasolio.

Mi viene in mente ad esempio il discorso legato alle pompe per l'acqua.... oppure ai sistemi per irrigare "pivot-centered" che vengono usati nei deserti... dove al centro c'e' il pozzo con una pompa e il sistema di irrigazione ruota intorno al perno centrale. Tutto questo sistema richiede energia che, se prodotta localmente con un sistema eolico (magari utilizzando direttamente un sistema meccanico), ridurrebbe abbondantemente l'impatto sull'ambiente!

16
02 Ott 2010
alle 17:51

pilotaDD

@14, ci siamo sovrapposti, colpa mia...

devo dire che questo tuo secondo intervento suona più convincente, è difficile confutare quello che scrivi... 

Ora stacco il pc e vado a meditare sulla cosa. 

15
02 Ott 2010
alle 17:46

pilotaDD

...e visto che mi preoccupa mi sembrerebbe saggia l'idea di questo Monbiot. L'unica possibilità perchè veramente le morti per fame siano decine di milioni e non milioni o centinaia di migliaia (parlo di casa nostra) è che lo shock da post picco comporti il crollo della società e che si finisca nell'anarchia e l'homo homini lupus.

Quindi meglio governare la riduzione graduale del petrolio avendo noi la mano sul rubinetto, chiudendolo ogni anno un po' di più,  piuttosto che scoprire una mattina su televideo che il primo ministro saudita ha comunicato che non ce n'è più in vendita...

14
02 Ott 2010
alle 17:38

Bernardo Mattiucci

Caro PilotaDD, il problema e' che spesso e volentieri cerchiamo di evitare di guardare in faccia la realta' per paura di doverci ricredere sulle nostre effettive capacita'.

L'Italia, come del resto mezza europa, non e' piu' autosufficiente da circa 50 anni.
Dal 1901 ad oggi sono trascorsi 109 anni circa...

Il petrolio ha... da una parte massimizzato la produzione permettendo produzioni intensive e continuative.... ma dall'altro ha reso quasi sterili tutti i campi coltivati del "mondo" nei quali e' stato fatto largo uso di fertilizzanti e concimi di derivazione petrolchimica. E in quei campi, senza abbondante irrorazione di sostanze chimiche, non ci nasce ra' niente di niente per decine di anni.
Attraversando la piana del Fucino, ad Avezzano, dove coltivano in modo intensivo patate e quant'altro, si notato subito e in modo massiccio 2 cose:

 - odore pungente

 - assenza di erba nei campi (quella che c'e' e' insignificante).

Questo riduce pesantemente quel "quasi" al quale tu tanto strenuamente cerchi di aggrapparti.


Inoltre da 109 anni a questa parte circa, la quantita' di terreni da destinare all'agricoltura sono pesantemente diminuiti. Ed una percentuale significativa di quei terreni che restano, per vari motivi, risulano essere inquinati in modo massiccio e continuato.

Ergo... quello che ci aspetta e' un futuro drammatico per noi e per i nostri figli.

Paradossalmente, le uniche zone ancora coltivabili del pianeta sono quelle nelle quali l'agricoltura non e' stata ancora sviluppata. E cioe'... i DESERTI.

Per farlo, pero', serve una quantita' di acqua spropositata.

Riusciremo a realizzare canalizzazioni faraoniche che funzionino senza neanche 1 watt di energia elettrica?

13
02 Ott 2010
alle 17:26

pilotaDD

Caro Bernardo, spero poterla chiamare così, sinceramente lei mi sembra troppo pessimista, e dico meno male perchè l'idea che l'80% degli esseri umani debba finire male nei prossimi venti anni e che da noi debba andare persino peggio mi sembra "un po'" brutta.

Prima dell'era del petrolio l'Italia nutriva (vedi censimento del 1901) circa 30 milioni di persone. Visto che il petrolio e il gas e l'energia idroelettrica e la tecnologia moderna non spariranno di botto e nonostante le devastazioni ambientali degli ultimi anni  mi sembra difficile pensare che l'Italia non riuscirà a sostenere "quasi" tutti gli abitanti attuali.

Anche in caso di crisi verticale dei trasporti abbiamo in giro tanto cibo da durare quell'anno o due prima di rimetterci a coltivare grano, pomodori e patate nei prati intorno agli ex centri commerciali...

Però A me già preoccupa quel "quasi"...

12
01 Ott 2010
alle 16:09

Bernardo Mattiucci

@9

l'argomento e' lunghissimo e complicato.

Prima di tutto la premessa: la Terra e' un sistema "quasi" chiuso con un numero di esponenti della razza umana in costante crescita (...non lineare).

Questo significa che le risorse a disposizione della razza umana, pur considerabili "infinite", sono per vari aspetti assolutamente LIMITATE.

Lo stile di vita al quale ci siamo abituati da una 50ina di anni a questa parte, e' basato sull'assunto che gli esseri umani hanno a disposizione una quantita' di risorse praticamente infinita ed il cui costo di estrazione e lavorazione, in termini sia economici che ambientali, praticamente trascurabili.

Cosi' non e', ovviamente. E i risultati li stiamo vivendo tutti noi. Oggi.

Ma che significa?

Fino all'inizio del secolo scorso, i trasporti e la produzione di beni di qualunque tipo erano molto poco incisivi. Per trasferire merci dall'australia all'europa occorrevano mesi di navigazione che non sempre andavano a buon fine.

Questo faceva si' che venisse limitata al massimo l'importazione di cio' che era superfluo e chi si avvantaggiava di cio' erano i produttori locali.
Oggi, invece, trasferire merci da un continente all'altro richiede anche meno di 24 ore e i costi vengono comunque ammortizzati in brevissimo tempo.

Risultato?
L'europa e gli stati industrializzati in generale, si sono trasformati da produttori a terzisti. Con il risultato finale che la produzione di beni (di qualunque tipo) interna al singolo stato, e' sempre insufficiente ad eguagliare la domanda interna.

Oggi quindi abbiamo una produzione decentrata, massimizzata a forza di risoluzioni nell'ambito della globalizzazione, a bassissimo costo, il cui valore aggiunto viene rappresentato proprio dal trasporto finale. Cioe'... la percentuale maggiore del costo di un singolo oggetto non e' (quasi mai) piu' la materia prima ma il trasporto dallo stabilimento produttivo al negozio per la vendita al dettaglio.

I trasporti pero' avvengono via aerea o via nave e solo rarissimamente sulle rotaie. Su gomma fortunatamente il trasporto e' limitato all'ultimo tratto... anche se per particolare prodotti e oggetti non c'e' alternativa accettabile.

E i trasporti, TUTTI, nessuno escluso, richiedono grandi quantita' di energia per poter funzionare.

L'energia in grandi quantita' e a prezzi irrisori, indispensabile anche per la produzione industrializzata di ogni sorta di prodotto, viene ricavata in grandi quantita' principalmente dal petrolio.... poi dal nucleare..... dall'idroelettrico.... dall'eolico.... dal fotovoltaico. Tutte fonti energetiche comunque dipendenti dal petrolio... prodotto indispensabile per la produzione delle materie prime di cui le centrali di vario tipo sono fatte. Ad oggi e' impensabile realizzare qualsiasi dispositivo generatore di energia, senza far uso del petrolio o dei suoi derivati.

Con il peak oil gia' raggiunto e il successivo prossimo rapido declino, si assistera' ad una reazione a catena che fermera' man mano tutti i settori industriali e di servizio. Questo perche' molto spesso la componente "trasporto" o quella "energia" sono altamente critiche. Basterebbe l'aumento di un misero euro dell'una o dell'altra per inceppare il sistema produttivo mondiale.

Un sistema basato esclusivamente sull'assunto che ogni cosa, ogni lavoro, ogni prodotto, ogni servizio, viene svolto solo ed esclusivamente per motivi economici.

Venendo alle percentuali che ho riportato nel mio precedente commento...

 

....ad oggi siamo 7 miliardi di persone circa.

La Terra, in condizioni ideali, puo' sfamare circa 1.5 miliardi di persone (...da uno studio degli anni '50). Da questo se ne deduce che l'80% circa degli esseri viventi, non avra' molto di cui sfamarsi nei prossimi decenni.

Ma c'e' di piu'... (e sono cose che ripeto incessantemente da quando questo blog e' stato aperto):

le medicine, il cibo, l'energia, il riscaldamento, i trasporti ecc... sono tutti "elementi" che rendono la nostra esistenza estremamente fragile. E questo sempre a cuasa del motivo di cui sopra: ogni cosa viene fatto in funzione del Dio Denaro.

Quindi... nei prossimi anni, con un clima destinato ad un progressivo raffreddamento globale (il global warming non e' altro che un tentativo goffo di imbambolare la gente e portarla a spendere ancora soldi per mantenere alto un consumismo altrimenti destinato a soccombere), una crescente tensione tra religioni diverse (create per mantenere la popolazione nell'ignoranza e poterla controllare meglio) ed una sempre maggiore voglia di primeggiare sul prossimo (dettata quasi sempre dall'ignoranza) che porta a continue guerre e continui attriti..., di fatto mette e mettera' a dura prova l'esistenza stessa della razza umana... portandola sulla soglia di una estinzione di massa proprio a causa della vulnerabilita' causata dalla dipendenza/sottomissione al Dio Denaro.

Basti pensare che negli ultimi 10 anni la produzione alimentare europea si e' enormemente ridotta perche' non era piu' "economicamente vantaggioso" produrre in loco.
Peccato che in mancanza di petrolio a buon mercato non e' possibile trasportare l'enorme quantita' di cereali (ad esempio) in tempi brevi dal sud america a noi!

Il discorso potrebbe continuare... ma considerando che sono stanco e non ho voglia di tediarvi ulteriormente... preferisco fermarmi qua e lasciare a voi l'onere di continuare con i ragionamenti.

Se poi volete chiedere ulteriori info... c'e' il forum del blog Crisis! :)

11
01 Ott 2010
alle 00:45

Egidio

E' interessante l'articolo di Monbiot, fa ragionare sui rapporti per quanto ne so io poco esplorati tra peak oil e global warming. Monbiot sostiene che il global warming è un problema piu critico del peak oil: in sostanza il peak oil non ci salverà ahinoi dal disastro climatico perché c'è comunque piu petrolio nelle riserve conosciute di quello che ci possiamo permettere di bruciare senza superare la soglia dei 2 gradi di aumento di temperatura (massimo possiamo usarne il 60% di quelle riserve). Purtroppo "il picco non ci salverà" contrariamente a quanto riportato nel post di qualche giorno fa su questo blog. La proposta di Monbiot è saggia e intelligente ma non verrà mai seguita: drill baby, drill. Fino alla fine.

10
30 Set 2010
alle 21:37

pilotaDD

comunque io concordo con Monbiot, bruciare fino all'ultimo litro di petrolio mi sembra poco etico per tutti i posteri a iniziare probabilmente dai nostri figli.

Avrebbe senso solo centellinando i consumi di quello che resta per guadagnare tempo per predisporre l'alternativa, ma mi resta difficile vedere un chiaro piano in merito o anche solo se ciò sia possibile.

Ma farlo per prolungare di pochi anni il nostro stile di vita sciupone, sapendo che poi c'è il precipizio, mi sembra folle 

E psicologicamente mi sembra meglio abituarci tutti ogni anno a diminuire di un qualcosa, tipo il 5 %, il nostro consumo di petrolio  perchè vogliamo preservare il nostro ambiente e tenere sottoterra il petrolio più sporco costoso e rischioso piuttosto che farlo perchè costretti dal progressivo esaurimento delle riserve mondiali. 

Ricordiamoci che se se solo i statunitensi limitassero i loro consumi energetici al livello di un tedesco o di uno scandinavo il mondo ne avrebbe un giovamento enorme e le riserve mondiali di tutto durerebbero molto di più.

Partiamo dal recente disastro nel Golfo del Messico e per esempio bandiamo i nuovi pozzi off shore.

9
30 Set 2010
alle 21:26

pilotaDD

@6, Bernardo ma da dove hai tirato fuori queste tue certezze così tragiche e cosi precise? Perchè dovrebbe sopravvivere proprio il 20 e non il 40 o il 10%??? Hai qualche fonte o hai buttato lì un numero? 

Mi spaventi ancora più di quanto mi sia spaventato per conto mio da quando so dell'imminente peak oil...

 

8
30 Set 2010
alle 19:17

m

(scusate l'uomo-uccello fa parte del declino della produzione ittica e l'inizio della caccia agli uccelli che nidificavano sull'Isola, sterminati in pochi anni ed ultima risorsa abbondante; altrimenti non si capiva la conclusione)

7
30 Set 2010
alle 19:14

medo

#2

Sul discorso dell'Isola di Pasqua e delle analisi ed osservazioni di Jared Diamond, volevo puntualizzare una cosa e poi fare un ragionamento.

La puntualizzazione è che nonostante tutti i guai combinati sull'isola, nonostante le malattie, le carestie, le battaglie, gli omicidi, etc., ebbene rimasero oltre 100 abitanti.

Questi riuscirono a rimanere in vita contando su quel che restava, ben prima che facilitazioni moderne quali il trasporto navale a motore, il trasporto aereo, la "green revolution" potessero dare un aiuto a gente perduta e sperduta, praticamente che si è ritrovata senza più materia prima, senza più materia umana, ivi compresi scritti o "istruzioni", senza manovalanza ed in situazione post-carestia e post-epidemia.

Quindi, a me piacerebbe che un giorno qualcuno si occupasse di come questi 100 sono ri-partiti.

E di come lo "splendore" dell'Isola di Pasqua quando era abitata da 15 000 persone fosse uno splendore assolutamente relativo, temporaneo, non goduto ed illusorio, sprecato ad issare statue di 'sto cazzo in onore di dei-uomo o uomini divinizzati (bella trovata) o a scolpire uomini a forma di cibo.

Ed è su questo ultimo aspetto chevolevo soffermarmi, in particolare sulle sculture rupestri dell'Isola di Pasqua definite gli "uomini uccello", sostanzialmente erano rappresentazioni divine appartenenti al periodo di massima redditività dell'attività ittica. Ricorda tanto la deificazione del cervo nel nostro passato meso e neolitico... Da li poi siamo passati in alcuni millenni e grazie al ferro alla divinizzazione dell'uomo stesso, diventato il nostro stesso cibo a partire dall'invenzione delle gerarchie organizzate, ne é esempio il rito della comunione, da un lato resto simbolico del cannibalismo attuato da primordiali gruppi umani come "ultima salvezza" e dall'altro lato una base di ultima violenza dell'uomo sull'uomo su cui si fonda tutta la gerarchia sociale, garanzia della proprietà privata e dei valori di scambio... Ma questo è un altro discorso.

Paura, fame, violenza... Generano (come soluzione) religione e gerarchia (i numeri ordinali, secondo lo storico della matematica Bowen, nascono nell'ambiente religioso affinché l'1 fosse il primo uomo che entra nel luogo sacro). Basi per economia di mercato, monetarismo, finanziarizzazione del reale, creazione di povertà.

Solo col gratuito, del "meno", con "semi di gratuità" e con una riflessione sul dono si esce da tutto questo.

Il dono è anch'esso forse sempre fondato sulla paura, "io ti do questo in cambio di nulla", non esiste contratto, ma da esso puo' partire un'economia non astratta, totalitaria, di mercato ma almeno di mercanti con facce e mani e voci. Nessun mercato che decide che 100 umani sono "fuori" e devono crepare, ma Tizio che invece di vendere 10 mele a fornitori di fornitori, decide di darne una a Caio. Va beh qua mi fermo.

6
30 Set 2010
alle 18:54

Bernardo Mattiucci

Alla base c'e' solo l'ignoranza.

Ignoranza nel valutare il reale ritorno "utile" (non solo economico) di lavorare a 150 km da casa guadagnando poco piu' del 5% rispetto ad un analogo lavoro a 1/2 km da casa nostra.

Ignoranza nel valutare l'effettivo peso "ambientale" di ogni nostra attivita'.

Ignoranza nel constatare quanto fragile e' il nostro stile di vita.

E Ignoranza piu' totale perche' ci si affida alle parole, spesso dipendenti dalla quantita' di soldi ricevuta in cambio, di chi si e' auto-eletto esperto in un ben determinato settore.

Questo e' il problema di fondo.

Chi si rende conto dei propri limiti e dei limiti della societa' nella quale vive e lavora e della razza umana ancor di piu', sa bene, benissimo direi, che quel 40% non serve a nulla. E ancor di piu' servono quei 95/98% di beni materiali derivanti dall'uso fossennato dei combustibili fossili.

Chiunque si renda conto che, nel breve o medio termiche che sia, la razza umana e' destinata all'estinzione (qualche esperto parla di meno di 100 anni), e' disposto a tutto pur di scongiurare questa eventualita'.
Ma in quanti siamo effettivamente ad essere disposti a tanto? In quanti siamo ad essere pronti, psicologicamente parlando prima di tutto, a vivere in armonia con la natura e senza nessun beneficio tecnologico?
In quanti sono disposti ad emulare, anche in gruppo, le gesta del mitico Christopher McCandless, splendidamente rappresentate nel film Into the Wild?

Certamente meno di quello che pensate. E questo perche' da fin troppo tempo, nelle scuole di ogni ordine e grado, in tutto il mondo, si insegna solo ed esclusivamente a diventare succube del Dio Denaro, modellando la mente di miliardi di persone affinche' per loro, qualunque cosa o attivita', vada sempre e solo valutata da un punto di vista puramente economico. E basta.

Bisognerebbe quindi, prima di fermare le trivellazioni in giro per il mondo, iniziare una campagna informativa nella quale alla gente viene spiegato il punto in cui siamo arrivati. Ovvero un punto di non ritorno dalle cui scelte dipendera' il futuro di quel misero 20% circa dell'attuale popolazione mondiale che, forse, riuscirebbe a salvarsi dagli eventi nefasti che si verificheranno nel corso dei prossimi 2 o 3 decenni. Essi'... perche' il restante 80% non ha alcuna speranza di sopravvivere.


E non pensate che quel 80% verra' spalmato in tutto il mondo in modo equo. Nient'affatto!
Chi e' maggiormente destinato a soccombere e' proprio chi vive nei paesi industrializzati!

 

 

P.S.: scusate se sono stato troppo duro. Ma ho cercato di limitarmi quanto piu' possibile! :)

 

5
30 Set 2010
alle 16:39

Mammifero Bipede

@ Paolo

Ti potrà stupire, ma sono perfettamente d'accordo con te sulla "colonia batterica". A livello individuale abbiamo sviluppato interessanti forme di intelligenza, ma a livello collettivo non ne possediamo alcuna.

Il fatto è che non si può dire: "chiudiamo i pozzi e smettiamo di usare il petrolio da domani" fingendo di ignorare le ripercussioni che questo gesto avrebbe. Detta così è semplicemente una boutade.

4
30 Set 2010
alle 16:18

andreaX

Tanto più una comunità è grande tanto più perde il senso del bene comune, a livello planetario poi non ne parliamo proprio.

3
30 Set 2010
alle 13:46

Paolo B.

@1

Io direi "non so se le persone e le elite dirigenti dei paesi sviluppati ci sono o ci fanno", perché i veri dementi consci ed inconsci sono loro( noi inclusi del blog).

Che senso hanno i tuoi interrogativi se continuando per la nostra strada, e senza alcuna moderazione in vista, andiamo incontro al disastro?

Comunque stai tranquillo, nonostante i dubbi di Monbiot continueremo a consumare forsennatamente le ultime risorse che alimentano questo folle e suicida paradigma, tanto non siamo affatto diversi da quella colonia batterica che si estinse per mancanza di risorse nel suo limitato ambiente...

2
30 Set 2010
alle 13:45

Phitio

Leggendo i libri di Jared Diamond, mi sono convinto che piu' una comunita' e' grande, meno e' capace di prendere decisioni giuste ma difficili. C'e' ad esempio la vicenda di quell'isola tropicale in cui gli abitanti, di comune accordo, hanno deciso di uccidere tutti i maiali, perche' si erano resi conto che erano un ritorno negativo: distruggevano piu' risorsa di quello che restituivano. Ma erano in pochi, e vivevano in comunita' stretta, tutti avevano una chiara percezione del problema.

In altre civilta', invece si sono messe in atto pratiche "more of the same" , in pratica il tentativo di perseguire uno stile di vita ad ogni costo, ovviamente a costi crescenti, fino all'insostenibilita' ed al collasso.Ora non ricorda tutti gli esempi portati, ma si faceva per esempio menzione degli anasazi, o di certe popolazioni messicane, dove reagivano ad esempio all'erosione e alla difficolta' di approvvigionarsi di acqua e materiali con pratiche che alla fine aggravavano il problema.

Quello dell'isola di pasqua, poi, e' un caso emblematico: e' l'esempio supremo degli effetti nefasti della presenza di una popolazione altamente frammentata, con 12 tribu in continuo conflitto e rivalita' reciproca.  Il risultato e' stata la rovina collettiva, dopo una terribile fase di collasso, segnata da fame, guerra e morte.

Il problema, in definitiva, e' culturale e morale. Non ci sono ostacoli tecnici, solo mancanza di volonta' e saggezza.

Non e' vero che non possiamo fare a meno di quel 40% di petrolio, solo non vogliamo pensare a come fare, al punto da ritenere impossibile anche immaginarlo. Tutto qui.

1
30 Set 2010
alle 13:29

Mammifero Bipede

Non so se Monbiot c'è o ci fa...

Come pensa di sostituire il petrolio? O,in alternativa, come pensa di convincere le popolazioni di quelli che chiamiamo "paesi sviluppati" a rinunciare al 95/98% ddi quello che hanno ora?

C'è gente che uccide perché gli hanno rubato una "spada virtuale" in un gioco on-line, che succederebbe se tutti dovessero rinunciare all'automobile, alla vita sedentaria, all'illuminazione pubblica (lampioni...), agli oggetti "di consumo" (televisori...), ai cibi raffinati (carne...)? Secondo lui tutto tranquillo? "Oh, beh, ne faremo a meno... in fondo a che servono?"

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