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Mar 10 7

Disastri naturali? E io gli faccio causa.

Pubblicato da Debora Billi alle 19:50 in Clima


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Una storia come questa pare del tutto surreale. Ma ve lo immaginate? Un comitato di vittime dell'uragano Katrina, quello che nel 2005 ha devastato New Orleans, ha deciso di unirsi in una class action: faranno causa a compagnie petrolifere, energetiche e chimiche per le emissioni di gas serra che, cambiando il clima, hanno determinato poi il distruttivo uragano.

La cosa è talmente contorta e farraginosa che ci sarebbe da aspettarsi che i giudici gli ridano in faccia. Ma invece no: dopo un'iniziale bocciatura della vertenza da parte di una Corte minore, ben tre Corti Federali hanno poi dato il via alle procedure necessarie per continuare: la prima delle quali un nuovo esame da parte di nove giudici, poi la sentenza definitiva entro il 2010 ed eventualmente la Corte Suprema. Le compagnie chiamate a rispondere sono parecchie, tra cui Shell, ExxonMobile, BP e Chevron, oltre a Honeywell e American Electric.

Quello che davvero è interessante in questa diatriba da film è proprio la linea di difesa che adotteranno tali "pezzi da novanta". C'è da scommetterci che metteranno sul piatto studi scientifici che dimostrano come il cambiamento climatico non esista, oppure che non è causato dalle attività industriali bensì da quelle solari o altro. Sarà avvincente seguire il "botta e risposta" su questi argomenti: non sarebbe la prima volta che un'ipotesi scientifica viene avallata o sbugiardata in un tribunale, almeno negli USA dove certe class action sono consentite.

Qui da noi, che ridiamo di certe assurdità americane, nessuno fa di queste richieste di risarcimenti. Eppure, ce ne sarebbe da incolpare: come mai, ad esempio, si verificano continue frane? Chi ha colpevolmente avallato la cementificazione di terreni e fiumi? Qualcuno direbbe che non sappiamo più accettare una catastrofe naturale senza trovare un capro espiatorio; più semplicemente, le catastrofi naturali accadono, ma quando c'è qualcuno che aiuta in ogni modo la Natura allora al cittadino gli girano le balle.

 

Mar 10 5

Aiuto!

Pubblicato da Debora Billi alle 15:32 in Clima


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Quando, parecchi anni fa, scoprii il problema energetico e l'Aspo (Associazione per lo Studio del Picco del Petrolio), mi trovai in un ambiente di pacati scienziati e tecnici con la testa sulle spalle. Persone preoccupate per il futuro, certo, ma sicuramente con un approccio razionale alle questioni energetiche e climatiche. Devo dire che la loro frequentazione, oltre che piacevolissima, è stata per me benefica: una formazione umanistica aiuta sicuramente ad inquadrare gli eventi in una prospettiva storica, ma induce anche a fantasie romanzesche su catastrofi e medioevi venturi. Gli aspisti mi hanno insegnato a mantenere i piedi per terra.

C'è un solo argomento per cui li ho visti perdere la testa, nel corso degli anni, e impelagarsi in discussioni stile "corriamo a nasconderci, il cielo ci cadrà sulla testa!". Non è la guerra atomica. Non la fine del petrolio, non il clima impazzito, non le centrali nucleari che esplodono o gli uragani o la crisi alimentare. Un solo argomento, e cioè gli idrati di metano.

Buffo, che serissimi scienziati se ne terrorizzino come se arrivassero i rettiliani, e noi non sappiamo neppure di cosa accidenti si tratti. Se volete una spiegaziocina di cosa siano gli idrati di metano, e del perché ora sono terrorizzata anch'io, leggetevi questa notizia che pubblica oggi La Stampa.

E Ugo Bardi sta per esternare. Non sarà una cosa carina... 

 

Feb 10 2

L'Artico? Un "campo di battaglia".

Pubblicato da Debora Billi alle 12:18 in Clima


Lucidano i cannoni le Marine di mezzo mondo, in attesa dello scioglimento definitivo dei ghiacci artici. Così commenta la Marina americana dal Navy Time:

La Marina avrà presto sottomano un nuovo campo di battaglia. Il cambiamento del clima vicino al Polo Nord è stato drammatico. L'ammontare di ghiaccio estivo è calato della metà negli ultimi 50 anni. Ed è anche della metà più sottile. 

Le preoccupazioni vengono chiaramente espresse:

Se la Marina non comincia ad occuparsene oggi, ci sveglieremo tra sette o otto anni e ci ritroveremo molto indietro come posizione dominante.

Legittimo preoccuparsi. In fin dei conti, l'Artico fa gola a molti e potenti nemici, anche considerando le ghiotte risorse che nasconde sotto gli assottigliati ghiacci. E se le estati senza ghiaccio erano attese per la fine del secolo, ora la previsione è stata notevolmente anticipata al 2030. Molto prima di quella data si cominceranno a vedere le prime scaramucce per i varchi aperti.


Gen 1025

Sfacciataggine saudita.

Pubblicato da Debora Billi alle 11:02 in Clima


GoldTapLarge.jpg

 

Non accenna a diminuire l'allarme saudita per il dibattito sul clima. E dire che mi ero azzardata a considerarla un'esternazione momentanea che sarebbe presto rientrata per sopraggiunto limite di sfacciataggine. Dopo aver chiesto aiuti economici per i disgraziati Paesi produttori di petrolio, dopo essersi spacciati per quasi-Terzo Mondo, dopo aver chiesto "contromisure" a Copenhagen, ora manca poco che dichiarino guerra al cambiamento climatico. "E' una delle più grandi minacce che il nostro Paese deve affrontare", ha dichiarato il capo della delegazione saudita all'ONU, "persino peggio della concorrenza". E ovviamente non si riferisce al clima che cambia, ma ai provvedimenti che dovrebbero esser presi e che colpiranno chi produce petrolio.

Siamo preoccupati per la domanda futura, e le sovvenzioni per lo sviluppo dell'energia rinnovabile distorcono il mercato del settore. Poi si sono messi essi stessi a investire pesantemente sull'energia solare, ma ciò non conta: siamo noi che dobbiamo continuare a consumare greggio, per non "falsare il mercato". Come se il petrolio non avesse goduto di sufficienti incentivi negli ultimi sessant'anni.

In ogni caso, i sauditi profetizzano ciò che auspicano: lo stesso capo delegazione ha concluso che non ci sarà mai nessun accordo sul clima, almeno non in un futuro prossimo. Si vede che sa qualcosa che noi non sappiamo.

 

Dic 0921

Niente paura, Al Naimi.

Pubblicato da Debora Billi alle 10:14 in Clima, Post peak


ali_al_naimi.jpg

Un paio di mesi fa avevo riportato un filino sbigottita la richiesta dei sauditi, relativa ad aiuti economici per i poveri petrolieri colpiti nel portafoglio dall'implemento delle energie alternative. La cosa mi pareva tanto ridicola che presumevo fosse rientrata per raggiunto limite di vergogna.

Invece, manco per sogno. Qualche giorno fa il ministro del petrolio saudita Al Naimi, sulle braci ardenti per via dei negoziati di Copenhagen, proclamava al mondo intero:

Ogni misura che possa colpire la domanda di petrolio deve essere accompagnata da una contromisura che ne minimizzi gli effetti sui Paesi produttori.

Al Naimi, te lo ha detto nessuno che viviamo in un'economia di mercato? L'usanza è che se il tuo prodotto diventa obsoleto tu chiudi la baracca, esattamente come stanno facendo altre migliaia di industrie nel mondo. Se vuoi le sovvenzioni statali prova a proporre il comunismo, magari qualcuno ti dà retta.

Al Naimi ne ha anche approfittato per aggiungere che il picco è una frottola e lui che è geologo la sa lunga, e che l'OPEC al prossimo incontro lascerà la produzione così com'è, senza aumenti nè cali. Sai che rivelazione: sono anni che l'OPEC non è comunque in grado di aumentare la produzione, ci sono 500mila barili promessi più volte nel corso di un lustro che ancora devono fare la loro comparsa sul mercato (li usano come leva-e-metti quando devono mettere paura a qualcuno).

In ogni caso, come abbiamo visto, Al Naimi può dormire sonni tranquilli sotto i suoi baldacchini d'oro e d'argento. Per il momento, nessuno ha la più pallida intenzione di salvare il clima diminuendo l'uso di petrolio. Tra i tanti interessi in circolazione, Copenhagen ha salvato anche questo.

 

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