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Mar 0927

Biologico, addio?

Pubblicato da Debora Billi alle 10:33 in Scenari


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Non è la prima volta che mi imbatto in Rete in una riflessione del genere: la certificazione biologica costa troppo.

Il contadino Ste, ovvero l'azienda agricola preferita da questo blog, racconta che non avrà più la certificazione di produzione biologica. Perché? Forse perché il contadino si è convertito agli OGM, o perché i severissimi controlli hanno riscontrato che irrora allegramente i suoi olivi col fosforo bianco? Niente affatto. Come molte, moltissime piccole aziende che fanno biologico, il podere del contadino prendeva dei contributi, che assommavano a 1800€ l'anno. Non è che il contribuente si svenasse, insomma, per dare una mano a chi fa biologico-biodinamico di altà qualità. Però quel contributo era utile, fra le altre cose, a pagare ben 340 euro l'anno per mantenere la certificazione.

Adesso Ste è costretto a rinunciarvi. Un'azienda agricola "ufficialmente" biologica in meno. Ovviamente i suoi prodotti continuano ad essere bio, ma... sulla parola. Chi lo conosce sa cosa acquista, ma eventuali nuovi clienti si fideranno? Senza certificazione a garanzia?

Non so quante altre piccole aziende si troveranno quest'anno nelle medesime condizioni. E' probabile altresì che chi fa biologico su vasta scala continuerà a prendere lucrose sovvenzioni. E tutti noi finiremo col comprare bio di provenienza agrindustriale, alla faccia dei piccoli produttori e della filiera corta.

(Nella foto: il contadino raccoglie le olive.)

 

Mar 0917

La fine delle 3 grandi è la fine dell'auto elettrica?

Pubblicato da Debora Billi alle 11:19 in Scenari


tesla-storefront.jpg

Il sistema industriale è strettissimamente interconnesso, in tempi di globalizzazione più che mai. E se le Big Three (GM, Chrysler e Ford) saranno costrette a chiudere, a risentirne non sarà soltanto l'indotto diretto ma anche l'industria dell'auto elettrica. La reazione a catena, a causa di identici componenti come le sospensioni, la trasmissione, gli interni e l'elettronica, sarebbe tale che la GM potrebbe di nuovo uccidere l'auto elettrica.

O almeno, questa è la tesi di un articolo appena uscito su The Business Insider. In realtà, ci si riferisce alla realtà "auto elettrica" così come è vissuta in America: fantastiche auto sportive vendute in negozi trendy come la Tesla in foto, o la strepitosa Fisker che non ha nulla da invidiare ad una Porsche. E' ovvio che si tratta solo di una microscopica nicchia automobilistica, un po' la Ferrari ecologista, che ha rilevanza nulla. Non solo: ha addirittura un profilo negativo, quello dell'estremizzazione lusso-consumistica di una moda che soddisfa uno sfizio. Che un tale modello di auto elettrica sia destinato ad affondare non è solo logico, ma anche auspicabile.

Sempre meglio di quel che facciamo qui in Europa, obietterà qualcuno non a torto, dove di auto elettriche non esiste l'ombra neppure nel segmento "straricchi annoiati". E' vero comunque che un eventualo crollo/chiusura delle grandi case automobilistiche determinerà per forza di cose un definitivo stop allo sviluppo di propulsioni alternative, del quale al momento non c'è traccia ma che potrebbe utopicamente verificarsi. E' vero anche, però, che i cittadini non rinunceranno tanto facilmente alla mobilità privata o semi-privata: sarà forse l'avvento di una nuova era, quella della "meccanica diffusa", del riciclaggio e riadattamento, insomma "la grande ora dei geniali inventori" come recitava il titolo di un libro della mia infanzia?

Chissà. Personalmente, sono convinta che l'auto elettrica non potrà arrivare altrimenti che "dal basso", e il tramonto delle majors potrebbe rappresentare la spinta definitiva.

 

Mar 09 6

Petrolio e crisi, un po' di news.

Pubblicato da Debora Billi alle 12:06 in Scenari


Sembra che petrolio ed energia siano qualcosa di estraneo alla crisi, che riguarda banche, mutui, derivati e monete e per una volta non ha nulla a che vedere con l'oro nero. In fin dei conti, il prezzo è basso, la domanda anche, per il momento non resteremo senza e quindi tutto va bene.

Ecco un po' di notizie per riflettere.

Cina. Il cashflow della Sinopec, la principale compagnia petrolifera cinese, continua a scendere. Cala la domanda di raffinati e calano i prezzi.

Russia. Il governo russo ritira tutti i suoi investimenti nei bond di Fannie Mae e Freddie Mac (perché, ne aveva?). Per la prima volta da dieci anni la Russia è in deficit, e il ministro delle Finanze ha dichiarato che i quattrini del petrolio servono per le pensioni.

Canada. Anche i ricchi piangono, ed una compagnia petrolifera canadese chiede ufficialmente al governo un bel bailout per evitare la bancarotta.

Iran. Scoprono di consumare 2 volte e mezzo più energia rispetto alla media mondiale, e si mettono le mani nei capelli. L'uso del gas naturale è passato da rischioso a pericoloso, avverte il ministro.

USA. Sempre più stati pensano ad aumentare le tasse sulla benzina, cosa inaudita negli States. Motivo? Usare i soldi per sistemare le strade che cadono a pezzi.

Canada. Il governo dell'Alberta pensa (addirittura) di ricorrere ad incentivi per le compagnie petrolifere perché si convincano a tornare a trivellare.

Messico. La Pemex non sa dove andare a cercare 10 miliardi di dollari per pagarsi le spese di ricerca e produzione. 

Inghilterra. La BP sta pensando di bloccare i dividendi, per la prima volta dal 1999.

Norvegia, USA e Italia. La Norvegia, Paese pieno di petrolio i cui guadagni ha saggiamente accantonato per l'era post petrolifera, ha aumentato la sua quota di partecipazione nella compagnia nazionale idroelettrica. Sempre pensando al futuro, gli Stati Uniti hanno stanziato 84 milioni di dollari per i progetti geotermici. In Italia si accelera la costruzione del Ponte sullo Stretto. Dov'è l'intruso?

 

Feb 0910

2009, fuga da Dubai.

Pubblicato da Debora Billi alle 11:08 in Scenari


Abbandonano i SUV e le Mercedes nel parcheggio lunga sosta dell'aeroporto, con ancora le chiavi dentro. Lasciano mazzi di carte di credito sui sedili, e magari un biglietto di scuse sul tergicristallo. Scappano, inseguiti: a Dubai vige la sharia e chi fa debiti viene punito col carcere.

Ma non ce la fanno più a pagare i mutui delle lussuose ville, degli appartamenti in cima ai grattacieli con vista sul Golfo Persico, così fuggono, a centinaia. Sono tutti coloro che si sono arricchiti a Dubai, che hanno goduto del favoloso boom turistico e immobiliare, ottenuto dai proventi del barile a prezzi stellari. Secondo il Times, la popolazione di Dubai declinerà dell'8% quest'anno, e si cancellano 1500 visti al giorno. Il valore delle proprietà più belle è già crollato del 50%, e il 60% degli stranieri non può più pagare il mutuo.

Probabilmente Dubai finirà come una città abbandonata, coi grattacieli in costruzione piantati lì a metà dell'opera: racconta La Stampa che ormai solo le opere compiute oltre il 60% saranno terminate, le altre resteranno ferme per sempre. Mozziconi di skyscrapers a perenne monito della vanità umana, moderne torri di Babele.

In questo blog abbiamo spesso seguito le sorti di Dubai, proprio perché ci sembra il simbolo dello spreco, del potlach finale su questo pianeta. Tanto petrolio, tanti soldi, buttati via per costruire cattedrali del lusso che hanno bruciato risorse e basta. Chi ci restituirà l'acciaio, il vetro, il ferro, il cemento, l'energia sprecati a Dubai? 

Guardatevi il trailer di Fuga da New York, và. C'entra poco, ma una leggenda è una leggenda. E ci sono leggende che restano tali, altre invece che durano lo spazio di un mattino e poi scompaiono nelle sabbie della storia.

 
 

 

Feb 09 9

Russia. I "migranti del petrolio" tornano a casa.

Pubblicato da Debora Billi alle 09:57 in Scenari


oilworkers.jpg

La Russia ha la più grande popolazione immigrata del mondo, dopo gli USA. 12 milioni di lavoratori provenienti dall'estero, principalmente dalle confinanti Repubbliche del Caucaso.

Negli ultimi 8 anni infatti, il boom petrolifero ha attirato molte speranze e molte braccia, in un Paese dove il problema demografico toglie ogni anno 1 milione di lavoratori russi dal mercato. Gli immigrati sono stati una risorsa indispensabile, nel momento dell'estrazione frenetica a prezzi altissimi.

Ma ora, pare che il boom sia finito, la crisi colpisca duro, e gli immigrati finiscano costretti a prendere il treno per tornare a casa. Non solo lavoratori del petrolio, ma anche tutto "l'indotto del benessere": edilizia e costruzioni, sicurezza.

Molti prendono il treno, ma molti restano. E si finisce con i soliti problemi di ordine pubblico, immigrati che delinquono o cittadini che si abbandonano a eccessi razzisti (accompagnata dal messaggio "Fuori i negri dalla Russia", è stata trovata dalla Polizia la testa tagliata di un immigrato Tagiko).  

Fa impressione comunque pensare che migliaia di lavoratori del petrolio siano costretti a prendere la via di casa. Ci si chiede vagamente che cosa facessero, quali fossero i loro compiti, quali incarichi da loro svolti ora possano essere così tranquillamente cancellati. E in sintesi, quanti barili in meno nella produzione rappresenta ogni immigrato licenziato? Forse non lo sapremo mai.

 

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